14 novembre 1999 – XXXIII domenica del Tempo
Ordinario "A"
Chiunque ha del denaro investito in Borsa e ha visto il
valore dei suoi investimenti salire e scendere nel corso degli ultimi mesi, può
porsi qualche domanda circa il senso di questo vangelo. Può chiedersi se, dopo
tutto, colui che ha sotterrato il suo denaro invece di investirlo, non
uscirebbe meglio dalla situazione presente! Ma questa parabola, evidentemente,
non comporta un insegnamento sui piazzamenti di denaro fatti a ragion veduta o
sull’economia in generale. Ci parla della generosità di Dio e delle sue
ricompense, che sono sempre sproporzionate, senza rapporto con ciò che noi
possiamo offrirgli.
Questo testo è tratto dal grande
discorso escatologico di Gesù in Matteo. Nelle prossime domeniche sentiremo ancora parlare dell’eschaton, o della fine dei tempi. Parlando di “fine
dei tempi”, dobbiamo tuttavia fare attenzione al fatto che la concezione che
Gesù, come tutti gli ebrei della sua epoca, aveva del tempo era molto diversa
dalla nostra. La nostra nozione del tempo è quantitativa, mentre la loro era
qualitativa. Gli ebrei pensavano il
tempo e ne parlavano, come di una qualità. Ciò è molto chiaro in una pagina
dell’Ecclesiaste (3,1-4): “C’è un tempo per ogni cosa sotto il cielo, un tempo
per ogni occupazione: un tempo per generare e un tempo per morire…, un tempo
per piangere e un tempo per ridere, un tempo per essere tristi e un tempo per
danzare.”
Per loro, “conoscere il tempo” non
consisteva nel conoscere la data di qualcosa. Si trattava piuttosto di
conoscere la qualità di un determinato momento. Si trattava di un momento per
piangere o per ridere? Il tempo che si voleva conoscere era la qualità degli
atteggiamenti e degli eventi.
Noi consideriamo il tempo come una
progressione di istanti su una linea continua, con una lunga serie di istanti
dietro di noi, ed un’altra lunga serie davanti a noi. Noi immaginiamo che uno
di questi istanti sarà l’ultimo; sarà allora la fine del tempo e la fine della
storia. Un tale approccio sarebbe stato incomprensibile per gli ebrei del tempo
di Gesù e per Gesù stesso. Mentre noi ci collochiamo su una lunga linea di
tempo immaginaria, l’ebreo dell’antichità non stava da nessuna parte. Situava
gli eventi, i luoghi e i tempi e considerava se stesso come in viaggio tra
questi punti di riferimento. Degli eventi sacri, come la Creazione e l’Esodo;
dei luoghi come Gerusalemme e il Sinai, e dei tempi, come le Feste e i giorni
di digiuno o di semina, erano dei punti fermi. L’individuo viaggiava lungo
questi punti fermi. I suoi antenati erano passati di là prima di lui, e i suoi
discendenti avrebbero fatto altrettanto. Quando un individuo arrivava ad uno di
questi punti stabili, come per esempio la Pasqua, oppure un tempo di carestia,
diventava contemporaneo dei suoi antenati e dei suoi discendenti che erano
passati o che sarebbero passati per quello stesso tempo qualitativo. Essi condividevano lo stesso momento, lo
stesso tempo, anche se molti anni potevano separarli.
Si considerava che la natura del
tempo presente era determinata o da un atto salvifico di Dio nel passato (per
esempio l’Esodo), oppure da un atto salvifico di Dio nell’avvenire. L’atto
futuro di Dio era sempre visto dai profeti come un evento del tutto nuovo ed
inedito. Quest’atto rappresentava una
rottura col passato talmente profonda che non poteva essere concepito come la
continuazione di ciò che lo aveva preceduto.
Dunque, quando noi leggiamo i testi
concernenti l'eschaton o la fine dei tempi,
considerare questo eschaton come un momento al di là della storia, cioè
al di là della misura del tempo, sarebbe confondere due concezioni del tempo
totalmente diverse. Gli eventi della storia sono atti di Dio. Di conseguenza,
quando Gesù annuncia l’imminenza del Regno finale e definitivo di Dio, ciò che
intende annunciare è che Dio stesso è cambiato
e che ciò può essere visto nei segni dei tempi.
Il Dio di Gesù – suo Padre – è
radicalmente diverso dall’immagine di Dio nell’Antico Testamento, e anche dal
Dio che molti cristiani adorano. In realtà Gesù non presenta un’immagine di
Dio. Ciò che annuncia è che il Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe avrebbe
fatto qualcosa di assolutamente nuovo e inedito. Dio stesso era stato mosso a
compassione e avrebbe espresso la sua misericordia e il suo amore in un modo
assolutamente sproporzionato rispetto alle nostre azioni. Ogni servizio nella
fedeltà meriterebbe a colui che lo avesse compiuto il privilegio di essere
ammesso per sempre nella gioia del suo padrone. Questa larghezza sarebbe
rifiutata unicamente a colui che si fosse chiuso da solo per paura e mancanza
di fiducia.
Noi possiamo, certo, se lo vogliamo,
trarre da questa parabola una lezione concernente l’utilizzazione dei talenti
che abbiamo ricevuto. Ma la preoccupazione di Gesù in questo testo non è per i
nostri talenti. Essa va alla generosità e alla compassione benevola del Padre.