10 ottobre 1999 - XXVIII domenica del Tempo Ordinario « A »

 

 

O M E L I A

 

Il profeta Isaia utilizza l’immagine del banchetto per descrivere la salvezza del tempo messianico offerta a tutti i popoli.  Allo stesso modo Gesù utilizza spesso nel Vangelo l’immagine del banchetto di nozze, quando vuole rivelare il mistero della storia della salvezza.

Riflettiamo allora sul senso di questa immagine. E prima di tutto domandiamoci ciò che distingue un banchetto da un pasto quotidiano normale.

La prima differenza è nell’invito. Infatti non ci si presenta ad un banchetto senza essere invitati. Si tratta di un pranzo festivo al quale una persona invita liberamente chi vuole. Gli invitati, o le invitate, sono liberi di accettare, ma sono in qualche misura obbligate da questo invito a rivelare se sono oppure no dei veri amici.

E poi, un banchetto riunisce varie persone. Per un padrone o una padrona di casa, è un’arte quella si sapere scegliere con cura i propri invitati. Da un lato occorre evitare di mettere insieme alla stessa tavola persone che non possono incontrarsi. D’altro lato un banchetto può anche essere un’occasione di riconciliazione, offerta a persone che hanno qualcosa da perdonarsi reciprocamente. Può essere anche l’occasione di stringere nuove amicizie.

Il terzo elemento che caratterizza un banchetto, è il fatto che non si fa tutti i giorni. Bisogna avere qualcosa o qualcuno da celebrare: si può celebrare un arrivo, una partenza, un incontro dopo una lunga separazione (“una rimpatriata”), un’elezione ecc. E’ sempre l’occasione di fare memoria di qualcosa che ha un’importanza speciale per tutti i partecipanti.

Una tale celebrazione implica un certo impegno da parte di tutti. Infatti non ci si può più permettere di essere nemici, dopo aver partecipato insieme allo stesso banchetto, anche se prima non era così.

Un banchetto esige anche una cucina speciale: qualcosa di veramente buono e preparato con amore, che sia una gratificazione per gli occhi e per l’odorato, oltre che per il gusto. Ciò che si mangia ad un banchetto non ha soltanto lo scopo di calmare la fame.

E per finire, si impone un abito da cerimonia. Una persona ben educata  non va ad un banchetto in “jeans”.

Ebbene, credo che sia abbastanza facile applicare tutto questo al banchetto eucaristico

Noi siamo gli invitati del Signore Gesù, che ci ha raccomandato di riunirci così intorno alla mensa, in memoria di lui. Si tratta di qualcosa di molto più importante e di più ricco che  essere semplicemente fedeli ad un obbligo o all’osservanza di una regola. E’ per noi l’occasione di mostrare  il nostro amore per la persona che ci invita, sapendo per di più che siamo  invitati in modo permanente.

Colui che ci ha invitati, ci ha chiamati da tutte le parti del mondo, per trasformarci in una comunità, in una Chiesa. E’ questo invito – e la nostra celebrazione quotidiana – che, al di là di tutte le nostre differenze di idee, di opinioni e di preoccupazioni, fa di noi qui riuniti una comunità.

Questa mattina noi siamo riuniti qui per celebrare insieme qualcosa, o piuttosto Qualcuno.  Celebriamo il mistero pasquale della nostra redenzione in Cristo. Vogliamo conservare vivo il ricordo  di colui che ci ha invitati, e ascoltare di nuovo il suo messaggio.

Abbiamo un nutrimento speciale, che è il corpo e il sangue di Cristo, sacramento dell’amore dei Gesù per noi e dell’amore che vogliamo avere gli uni per gli altri.

Anche noi abbiamo un abito adatto alla circostanza, perché siamo stati rivestiti di Cristo nel giorno del nostro battesimo; e senza questo  abito non potremmo celebrare l’Eucaristia.

Tutto ciò richiede da parte nostra un impegno: l’impegno a vivere il messaggio ricevuto, e a manifestare nella nostra vita di oggi i legami ripristinati o consolidati; l’impegno a trasmettere a tutti l’invito; e infine l’impegno a rendere possibile a  tutti la partecipazione a questo banchetto.

Che il Signore ci conceda di essere fedeli a tutti questi impegni.

 

Armand Veilleux

Traduzione di Anna Bozzo