19 settembre 1999 – XXV  domenica del Tempo Ordinario « A »

 

O M E L I A

 

            Secondo  tutti i principi oggi ammessi nell’ambito dei rapporti di lavoro,  il datore di lavoro del nostro Vangelo agisce in maniera piuttosto strana e perfino inaccettabile. Il suo atteggiamento non corrisponde certamente ai nostri criteri di giustizia ed è anzi sconcertante.  Ugualmente sorprendenti sono le ultime parole della parabola: “ Gli ultimi saranno i primi e i primi saranno gli ultimi”.  Sembra che i primi cristiani siano stati turbati da queste parole di Gesù, tant’è vero che ciascuno degli Evangelisti le pone in un contesto differente, e Matteo le ripete perfino due volte.

            San Paolo, ad ogni buon conto, è un buon esempio di ultimo divenuto primo. L’ultimo degli Apostoli, divenne ben presto il più attivo e il più efficace  di tutti nel diffondere la Buona Notizia a tutte le nazioni.

            Ancora Paolo realizzò  l’insegnamento e le parole di Gesù in un modo particolare, cioè predicando ai pagani. Ora, questo sembra essere appunto il vero  significato del nostro passo di Vangelo, che, evidentemente, non concerne il giusto salario da pagare a dei lavoratori dipendenti, ma concerne i pagani che riceveranno la Buona Notizia ed entreranno per primi nel Regno, mentre gli Ebrei, per la maggior parte, rifiuteranno questa Buona Notizia.

            La nostra seconda lettura di questa mattina è tratta dalla lettera di Paolo ai Filippesi, una lettera di una grande bellezza, ed anche di una certa freschezza. Filippi era stata la prima città d’Europa a ricevere il messaggio cristiano, durante il terzo viaggio missionario di Paolo. Era una comunità cristiana molto piccola, con la quale Paolo mantenne un bellissimo rapporto, simile  a quello di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro. Nella sua lettera Paolo parla su un tono personale, e perfino intimo. Benché si trovi in prigione, è un uomo felice. La sua gioia  si sprigiona attraverso la sua lettera,  che è stata chiamata giustamente la “lettera della gioia”.

            Questa lettera fu scritta in prigionia. Paolo era già comparso davanti al tribunale, ma non aveva ancora avuto la sentenza. Questa sentenza poteva essere tanto la sua liberazione che la sua esecuzione.  Si ammette generalmente che si tratta della prigionia di Paolo ad Efeso, e non della sua ultima prigionia a Roma. Paolo non era dunque un uomo anziano. Era nel vigore dell’età, verso la fine della quarantina o agli inizi dei cinquanta. Un uomo che, col passare degli anni, attraverso la sofferenza e le lotte, aveva acquisito una buona conoscenza di se stesso ed era in grado di riconoscere  i  vari desideri – talvolta contraddittori – del suo cuore.

            Allora scoppiava di gioia  al pensiero dell’amore di Cristo per lui. Desiderava dunque morire ed essere con Cristo per sempre. Ma sapeva anche che  Cristo era la sua vita, anche quaggiù. Desiderava anche continuare a predicarlo, e restare vicino ai suoi amici, specialmente ai Filippesi.  Non sa se preferisce  morire per essere con Cristo, o vivere per annunciarlo. Sapeva che, in un modo o nell’altro, Cristo si troverebbe esaltato in lui.

            Paolo è un uomo felice perché è un uomo libero. Libero dalla paura, libero dalle ambizioni personali, libero da tutto ciò che non è il Cristo. E, non fosse altro che per questo, ci insegna come la gioia di Cristo può riempire le nostre vite e le nostre comunità.

            Parecchi anni fa, in Ghana, celebravo l’Eucarestia con un gruppo di giovani adulti del movimento « Young Christian Students ».  Durante questa celebrazione, abbiamo letto la stessa lettera di Paolo che abbiamo ora ascoltato, poi, come seconda lettura, ci lessero la lettera di uno dei loro amici del paese vicino, che era in prigione e che era stato condannato a morte. Aveva fatto ricorso in appello della sua  sentenza al presidente del paese, e aspettava la risposta., che poteva essere sia la sua assoluzione sia l’ordine di esecuzione. Tutti fummo colpiti dalla somiglianza tra le due lettere: la stessa gioia tranquilla, serena e forte allo stesso tempo, di uomini che sapevano che non avevano niente da perdere e tutto da guadagnare, qualunque cosa accadesse. Compresi allora per la prima volta che cosa poteva significare per i Filippesi, i Corinti o gli Efesini, ricevere lettere come queste, personali, da Paolo. Forse dovremmo leggere nella messa oggi delle lettere simili dalle nostre sorelle e dai nostri fratelli  dell’Angola, del Congo o della Cina, o ancora,  da Cristiani di Timor Est.

            Ad ogni modo, domandiamo allora la grazia di vivere anche noi, sul loro esempio e su quello di Paolo, con questa gioia che possiedono soltanto coloro che non hanno più nulla da provare, nulla da conservare, nulla da guadagnare o da perdere. La gioia di coloro che sono liberi perché sanno che, qualunque cosa accada loro, a loro stessi e alle loro comunità, essi appartengono a Cristo.

 

            Armand VEILLEUX , ocso

            (traduzione di Anna Bozzo)