12 settembre 1999 – XXIV domenica del Tempo Ordinario “A”

Omelia

            Le scuole rabbiniche domandavano ai loro discepoli di perdonare ai loro parenti,  moglie, figli e fratelli, un certo numero di volte, e questo numero variava da scuola a scuola. Pietro vuole sapere qual è la “tariffa” applicata da Gesù. E’ più severa di quella della scuola che domandava di perdonare fino a sette volte a un fratello che ci aveva offeso?

            Gesù risponde con una parabola che fa uscire la persona da questo sistema di tariffe e la invita a imitare il perdono di Dio. Matteo sottolinea del resto la differenza incredibile tra i diecimila talenti e i cento denari (un po’ come la differenza fra la trave e la pagliuzza nell’occhio – cfr. Mt. 7,1-5),  per mostrare la distanza infinita che separa le idee umane sul debito e la giustizia da quelle di Dio.

            Già l’Antico Testamento ci mostrava il Signore come un “Dio di tenerezza e di compassione, lento all’ira e pieno d’amore, che resta fedele a migliaia di generazioni” (vedi Es. 34,6-7). Questo amore senza limite non significa tuttavia indifferenza nei confronti del peccato. Quando il suo popolo pecca, il Signore è pieno di collera; ma anche allora mostra la sua misericordia chiamando il suo popolo alla conversione.

            Tutta la vita di Gesù, soprattutto la sua morte sulla croce, fu ugualmente un esercizio di misericordia senza limiti. Dovunque passava, Gesù attendeva il figliolo prodigo.  Non era venuto per coloro che si credono giusti, ma per i peccatori che si pentono. Questi ultimi li ha cercati come un pastore cerca una pecora smarrita, come una donna cerca la sua ultima moneta d’argento che ha perduto. Certi sembrano essere stati l’oggetto privilegiato della sua misericordia, specialmente in San Luca. Sono i poveri, le donne, gli stranieri – tutti coloro che erano esclusi o rifiutati dalla società per tale o tal’altra interdizione.

            La parabola raccontata da Gesù nel Vangelo di oggi comporta una teologia del tempo presente, che è il tempo della Chiesa – un tempo che ci è dato per la conversione. Così, il dovere di perdonare Matteo lo pone in un contesto escatologico. Gli ultimi tempi verranno sotto la forma di un anno sabbatico (Deut. 15,1-5), durante la quale Dio condonerà l’enorme debito dell’umanità e offrirà la giustificazione. Alcuni tuttavia rifiuteranno questo dono e si condanneranno da soli alla infelicità senza fine.

            Potremmo dire che siamo in un tempo di “probazione” o di “libertà condizionata”. Nel nostro diritto attuale abbiamo, nella maggior parte dei nostri paesi, la nozione di “probazione”,  corrispondente in questo caso ad una sospensione provvisoria e condizionale della pena di un condannato, abbinata ad una verifica e a misure di assistenza e di controllo.

            Ora, nel racconto di questa parabola, l’uomo si trova situato tra due giudizi (versetti 25-26 e 31-35). Il primo giudizio si è concluso  con un azzeramento del debito. Il secondo giudizio dipenderà  dal modo in cui sarà utilizzato il tempo tra i due. L’uomo  sarà definitivamente perdonato e giustificato se utilizza  il tempo di probazione che gli è concesso  per perdonare a sua volta e fare giustizia. La vita cristiana è in qualche sorta un tempo di probazione o di libertà condizionata. Noi siamo stati assolti dalle nostre colpe. Questa assoluzione deve tuttavia essere ratificata alla fine della nostra vita in questo mondo, e lo sarà soltanto nella misura in cui avremo noi stessi esercitato il perdono nei riguardi degli altri.

            Le ultime parole della parabola: «E’ così che vi tratterà il mio Padre celeste, se ciascuno di voi non perdona a suo fratello con tutto il cuore»  ci ricordano  d’altra parte la domanda che facciamo ogni giorno nel Padre Nostro : «Perdonaci i nostri peccati, come anche noi perdoniamo…»

            Tra le diverse strade che conducono alla scoperta di Dio, una delle più importanti è l’esperienza che l’uomo peccatore fa della misericordia di Dio. Ma il perdono che abbiamo ricevuto  non resterà in vigore che nella misura in cui avremo anche noi perdonato agli altri.

            Armand VEILLEUX  ocso

        

(traduzione di Anna Bozzo)