29 agosto 1999 – XXII Domenica del Tempo Ordinario  "A"

 

O M E L I A

 

         Ieri abbiamo celebrato la festa di Sant’Agostino. Uno dei sui scritti più belli e meglio conosciuti è certamente il Libro delle sue Confessioni – “confessioni” non tanto nel senso di “confessione dei peccati”, quanto piuttosto nel senso di “confessione o proclamazione delle meraviglie compiute da Dio” nella sua vita.

 

            C’è un profeta dell’Antico Testamento che ci ha lasciato  anch’egli delle “Confessioni”. E’ questo del resto il titolo dato ad una parte del libro di Geremia, ed è proprio la parte da cui è tratto il brano che abbiamo ascoltato come prima lettura di questa Eucaristia.

 

            Geremia è una delle figure più patetiche dell’Antico Testamento. Egli non aveva la natura ardente e forte che ci si aspetta di trovare in un profeta. Era debole, estremamente sensibile, un po’ incline alla depressione. E per fedeltà  alla missione ricevuta da Dio – una missione che tentò anche di rifiutare – dovette trasmettere costantemente al popolo un messaggio di cui questo non voleva sapere.  In certi momenti si sentiva come raggirato da Dio,  come intrappolato in lacci amorosi. Per descrivere la violenza con la quale Dio era entrato nella sua vita, utilizza un linguaggio esplicitamente sessuale: “Tu mi hai sedotto, e io mi sono lasciato sedurre, tu mi hai fatto violenza (in ebraico: “tu mi hai violentato”), e hai prevalso.”

 

            Se passiamo ora al Vangelo, vediamo che questa fu anche l’esperienza di Gesù. Dopo la confessione di fede di Pietro a Cesarea di Filippi, che abbiamo ascoltato nel Vangelo di domenica scorsa, Gesù comincia a parlare della sua morte ai suoi discepoli. Più tardi ne parlerà anche alla folla; ma deve prima di tutto preparare i suoi discepoli: “Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire…venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.”

 

            Vi è, in questa frase del Vangelo, una parola di grandissima importanza: il verbo dovere. “…cominciò a dire loro apertamente che doveva andare a Gerusalemme…”  La morte di Gesù non fu nella sua vita come qualcosa  proveniente dall’esterno, come un incidente che capita, come per caso. Questa morte faceva parte del suo destino, o piuttosto della sua missione. Egli doveva morire. Gesù fu ubbidiente  a questa missione, ubbidiente fino alla morte, malgrado la paura e l’angoscia che provava.

 

            Più oltre, nella seconda parte del brano evangelico, noi sentiamo Gesù che prepara i suoi discepoli ad accettare anch’essi la loro morte, con lo stesso atteggiamento, la stessa prontezza: “Se qualcuno vuol venire dietro a me,  rinunci a se stesso,  prenda la sua croce…” , deve essere pronto a perdere la sua stessa vita.  E’ molto di più che “fare dei sacrifici”.  Molti, in realtà, sono disposti a sacrificarsi, ma non sono pronti a donarsi.  Invece questo è precisamente ciò che Gesù domanda.

 

            Se noi siamo fedeli alla nostra missione di Cristiani, e se camminiamo alla sequela di Cristo, si presenteranno molte occasioni in cui dovremo scegliere tra: o agire come tutti, o morire a noi stessi. Oppure dovremo scegliere tra: ricevere l’approvazione della gente o morire a noi stessi; e ancora tra: seguire la corrente o morire a noi stessi. Scopriremo allora, come Gesù, che noi dobbiamo morire. Si tratta di un “dovere”, di un aspetto della nostra missione. In questa morte risiede la pienezza della vita.

 

            Questo introduce nella nostra vita una  tensione, un sentimento di urgenza, che Geremia esprime in maniera mirabile nelle sue Confessioni: “Mi dicevo: ‘Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!’. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, racchiuso nelle mie ossa…”

 

            Quando siamo tentati di rifugiarci nel silenzio della complicità, quando vorremmo poter sfuggire alla nostra missione di testimoni, possa l’amore di Cristo bruciare come un fuoco ardente nei nostri cuori e nelle nostre ossa. Che il pane che noi mangeremo tra poco sia in noi un fuoco divorante che ci protegga contro ogni forma di vigliaccheria o di infedeltà e ci renda capaci di amare fino a morirne.

 

Armand Veilleux, ocso

 

(traduzione di Anna Bozzo)