18 luglio 1999 – XVI Domenica del Tempo Ordinario "A"

 

O M E L I A

La nostra tendenza naturale è di classificare le persone in due categorie, i buoni e i cattivi. Evidentemente noi di solito ci mettiamo nella prima categoria. E’ questa la tendenza sia degli individui che delle nazioni, o dei gruppi religiosi.

Sempre travagliati da un profondo bisogno di sicurezza, siamo facilmente disturbati dal carattere relativo di tutte le cose. Tentiamo allora di trasformare in assoluti tutti i nostri concetti, e facilmente ci turbiamo se gli altri non sentono lo stesso bisogno. Diventiamo subito intolleranti e settari.

Gli Apostoli stessi erano scandalizzati dall’atteggiamento dei Farisei e di certi discepoli esitanti, e avrebbero voluto perfino che Gesù facesse scendere il fuoco dal cielo sui suoi nemici. Gesù si rifiutò di farlo.

Lui era il pastore universale. Non era venuto con segni di potenza, come un giudice avente per missione di separare i buoni dai cattivi. Non stabiliva linee di demarcazione tra i discepoli. Non giudicava. Era venuto per i peccatori. Sperava semplicemente che tutti e tutte si riconoscessero come tali. Nel suo amore, aspettando una risposta, aveva un rispetto straordinario per tutti coloro che amava. La sua pazienza era l’espressione di un distacco radicale da se stesso.

Nel corso della sua vita fu l’incarnazione della pazienza divina nei confronti dei peccatori. Mostrò che il perdono divino era senza limiti e che nessun peccato poteva strappare l’uomo al potere del Padre.

E però il messaggio della parabola di oggi va ancora più lontano. Gesù non è un legislatore. Non è venuto a portare una nuova legge superiore all’antica. Ciò che porta è un nuovo lievito, da mettere nella pasta umana. Universale, questo lievito invita tutte le generazioni a ripensare, a rimodellare le loro vite. Nessuna istituzione umana può imprigionare questo fermento. Tutto deve essere rimodellato.

La Chiesa, essendo il Corpo di Cristo, ha ricevuto il compito di incarnare la pazienza di Gesù verso l’umanità. Neppure la sua missione è quella di separare i buoni dai cattivi, ma di presentare un volto autentico dell’amore. Sulla terra il grano è sempre mescolato alla paglia, e anche alla zizzania. La linea di separazione tra il bene e il male passa attraverso ciascuno di noi. La separazione non può intervenire che dopo la morte.

L’altro messaggio della parabola è che la legge del Regno è una legge di crescita. Un buon atto di fede consiste nel saper essere attenti ai germi di vita nuova nella nostra comunità, nella nostra famiglia, nella nostra Chiesa, e nel favorire la crescita di questi germi, senza lasciarsi turbare dalla presenza eventuale di zizzania in mezzo ad essi.

Il peccato è conficcato nella nostra pelle. Non è qualcosa che entra all’improvviso nella nostra vita e di cui noi possiamo andare a spogliarci da qualche parte. Vi sono in noi dei semi di peccato e dei semi di guarigione. La lotta tra questi due tipi di semi durerà fino alla nostra morte.. Lo stesso accade per la Chiesa e per Mondo.

Nessuno di noi può sperare di essere capace di imitare la pazienza del cristo, a meno di essere nutriti dalla sua Parola e dal suo Pane. E’ per questa ragione che noi celebriamo ancora oggi l’Eucaristia, che può nutrire in noi la vita in germe. Avviciniamoci dunque a questo dono con fiducia e speranza.