4 luglio 1999 – XIV Domenica T.O. "A"
Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt, 25-30

O M E L I A

Il testo del Vangelo che abbiamo appena letto contiene alcuni punti di contatto con il Magnifica della Vergine Maria, che sono molto interessanti ed estremamente rivelatori.

Prima di tutto, Gesù rende gloria al Padre, per avere rivelato "ai piccoli" ciò che ha nascosto ai saggi e ai sapienti. Poi invita ciascuno a prendere il suo giogo sulle spalle e a diventare suo discepolo, perché, dice, "Io sono mite e umile di cuore".

I piccoli, gli umili, hanno un posto del tutto speciale nel Vangelo. Il Padre nutre per loro un amore preferenziale. Maria è una di loro, e lo proclama all’inizio del Magnificat: "L’anima mia magnifica il Signore… perché si è chinato a guardare la piccolezza della sua serva". La parola greca qui utilizzata (tapeinôsin) è tradotta in diversi modi nelle diverse traduzioni della Bibbia: umiltà, piccolezza, umile condizione. Ora, si tratta della stessa parola che Gesù utilizza nel Vangelo di oggi, quando dice che egli è mite e "umile" di cuore (tapeinos). Ed è ancora la stessa parola che utilizza Maria, più oltre nel suo Magnificat, quando dice che il Signore ha rovesciato i potenti dai troni ed esaltato i "piccoli", gli umili (tapeinous).

Quando Gesù rende gloria al Padre per avere rivelato ai piccoli le cose nascoste ai sapienti, i piccoli di cui parla sono i suoi discepoli. E non erano ingenui come bambini. Erano uomini adulti, che sapevano come comportarsi nel mondo: Matteo, l’esattore delle imposte, sapeva come far soldi; Giuda, lo zelota, conosceva il modo di fare la guerriglia; Pietro, Giacomo e Giovanni erano pescatori, che sapevano guidare la barca sul lago e gettare la rete. Essi avevano abbandonato ogni cosa per diventare discepoli di Gesù. Quando Gesù li invita – e ci invita – alla semplicità del cuore, non ci invita ad un atteggiamento infantile o ad una forma infantile di spiritualità. Al contrario, ci invita ad una forma molto esigente di povertà di cuore. Ci invita a seguirlo come discepoli, e dunque ad abbandonare tutte le nostre forme di sicurezza, e specialmente la nostra sete di potere, allo stesso modo in cui i suoi discepoli avevano abbandonato tutto per seguirlo.

La prima lettura, dal libro di Zaccaria, descrive il Messia che viene non come un re potente sul suo cavallo, ma come un semplice e mite salvatore che avanza sopra un asino. Paolo, il fariseo sapiente e autorevole, che fu come folgorato sulla via di Damasco, ha imparato la via dell’umiltà e della piccolezza e la descrive come la vita secondo lo spirito, distinta dalla vita secondo la carne.

La principale caratteristica del bambino è la sua impotenza. Il bambino può essere, a modo suo, altrettanto intelligente che un adulto, può, come lui, amare e così via. Ma poiché non ha ancora accumulato conoscenze, beni materiali, relazioni sociali, è privo di potere. Appena diventiamo adulti, vogliamo esercitare potere e controllo: sulla nostre stesse vite, sugli altri, sulle cose materiali e perfino a volte su Dio. E’ quello a cui Gesù ci chiede di rinunciare, quando ci invita ad essere come dei piccoli.

Un utile esercizio di conoscenza di noi stessi potrebbe essere quello di esaminare le diverse maniere in cui si esprime, nei vari aspetti della nostra vita, la nostra sete di potere e come noi difendiamo questo potere una volta acquisito. Contempliamo allora il nostro Signore, che è venuto, non già come un re potente su di un trono, bensì sopra un asino, come un profeta umile e senza potere.

Guardiamo anche alla piccolezza della sua serva santissima, sua madre, e con lei cantiamo, con una gioia e una speranza rinnovate: "Ha rovesciato i potenti dai troni, ha esaltato gli umili". Possiamo noi, un giorno, cantare tutti insieme nei secoli dei secoli: "Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha guardato la piccolezza dei suoi servi".