27 giugno 1999 -- XIII domenica "A"
2 Re 4,8-11.14-16a; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42

 

O M E L I A

  

C’era un posto a Betania, vicino a Gerusalemme, dove Gesù sapeva di poter fermarsi con i suoi discepoli in qualunque momento, per mangiare un boccone o riposarsi: era la casa di Maria, Marta e Lazzaro. Allo stesso modo il profeta Eliseo aveva la sua stanza nella casa di una donna facoltosa di Sunem. Nell’un caso e nell’altro, come spesso nella Bibbia, vediamo che l’ospitalità è legata al dono della vita: sia che si tratti dell’annuncio di una nuova vita, sia che si tratti del ritorno alla vita per qualcuno che era morto.

Poche domeniche fa, nella festa della Trinità, abbiamo letto il bel racconto dal Libro della Genesi, in cui viene descritto come Abramo, dopo aver dato ospitalità a tre visitatori misteriosi, ricevette come ricompensa di avere un figlio da sua moglie, malgrado la loro età avanzata. Allo stesso modo, il Profeta Elia, dopo aver ricevuto l’ospitalità della vedova di Sarepta (1 Re 17, 7-24), riportò alla vita suo figlio che era morto. Nella prima lettura di oggi, la donna di Sunem, che ricevette in casa il profeta Eliseo (discepolo di Elia), ebbe come Sara il dono della fecondità e generò un figlio. Infine, nel Vangelo, Maria e Marta ottennero dal loro ospite Gesù la resurrezione del fratello Lazzaro.

All’ultima Cena Gesù disse ai suoi discepoli qualcosa di molto semplice e molto profondo al tempo stesso, il cui senso non può essere pienamente percepito senza ricollocarlo nel contesto più generale che abbiamo appena ricordato. Si tratta dell’affermazione: "Se mi amate, osserverete il mio comandamento; il Padre mio vi amerà; noi verremo a voi e faremo dimora presso di voi." In questa breve frase vi è innanzitutto l’affermazione che Dio vuole fare la sua casa in ciascuno di noi. Si tratta di un grande mistero, su cui potremmo meditare all’infinito, con amore. Ma vi è anche espressa la condizione che deve essere soddisfatta perché ciò si realizzi. E la condizione è questa: " Se mi amate, osserverete il mio comandamento…" Si tratta evidentemente del comandamento dell’amore, menzionato da Gesù poco prima: "Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi". Quelle ultime parole, "come io ho amato voi" indicano ciò che è nuovo, davvero nuovo, nel messaggio di Gesù. Il suo messaggio è che l’amore deve andare al di là dei tradizionali legami di solidarietà all’interno di una famiglia, di una tribù, di una nazione, di una religione. Deve abbracciare tutti, senza eccezione, ma soprattutto i deboli, i poveri, gli abbandonati.

Il popolo ebraico aveva un senso molto spiccato della solidarietà. L’amore e l’attenzione rivolti a tutti i membri della famiglia allargata e della stessa tribù erano precetti sacri. L’Antico Testamento abbonda di precetti del tipo: "Tu non calunnierai il tuo popolo… Tu non nutrirai odio per tuo fratello… Tu non ti vendicherai contro il tuo popolo…Tu devi amare il tuo prossimo come te stesso…(Cfr. Lev 19,16-18). Tuttavia la fraternità verso gli uni implicava sempre l’ostilità verso gli altri.

Il messaggio sconvolgente di Gesù era che egli voleva includere tutto il mondo in questa solidarietà d’amore, anche i nemici. Non esitò ad enumerarne le conseguenze, pressoché inconcepibili : "Fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi fanno del male (Lc 6,27-28). "Se amate coloro che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso". (Lc 6,32). Lo spirito di gruppo è un fatto naturale (può essere, per esempio, molto forte tra ladri). Gesù chiama ad un’esperienza di solidarietà estesa a tutta l’umanità. Questo è ben di più di ciò che chiamiamo fraternità cristiana; questo è amore reciproco tra coloro che fanno l’esperienza meravigliosa di essere discepoli di Cristo. Gesù domanda di più: domanda una solidarietà piena di amore, che include tutto il mondo, e non rifiuta assolutamente alcuno.

Il giorno del Giudizio il Signore dirà: "Ho avuto fame… ho avuto sete… ero nudo…ero in carcere… Ciò che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me". E’ esattamente lo stesso messaggio che troviamo nel Vangelo di oggi, quando Gesù dice ai suoi discepoli – coloro che chiama costantemente "i piccoli": " Chi accoglie voi, accoglie me, e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato… E vi prometto che chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca ad uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, non perderà la sua ricompensa."

E finalmente, il primo versetto del Vangelo di oggi sulla rinuncia ai propri parenti, padre, madre, figlio, figlia, per seguire il Cristo – versetto che sembra qui un po’ fuori tema, in realtà non è fuori contesto. Ciò che dice Gesù è che, per essere suoi discepoli, per amare come egli ha amato, bisogna far cadere le barriere; bisogna oltrepassare i limiti della propria famiglia naturale, del clan, della nazione. Bisogna andare oltre la forma di solidarietà che si prova naturalmente, per passare ad una solidarietà che abbraccia tutti coloro che sono abbracciati dall’amore di Gesù.

Questo messaggio è tanto importante oggi, quanto lo era ai tempi di Gesù. E’ sorprendente vedere fino a che punto, dopo duemila anni di Cristianesimo, anche all’interno di paesi che si considerano cristiani, il nostro amore e la nostra solidarietà con gli altri esseri umani sono spesso impediti dal nostro attaccamento a coloro a cui sentiamo di appartenere, e dai nostri pregiudizi di razza, di nazione, di lingua, di cultura, di classe, di famiglia, di generazione, di partito politico o di appartenenza religiosa. Il nostro amore è troppo spesso esclusivo. Gesù lo vuole totalmente inclusivo.