20 giugno 1999 – XII Domenica "A"
Ger 20,10-13; Rm 5,12-15; Mt. 10:26-33

O M E L I A

Nel Vangelo di Matteo, questo breve testo fa parte di quello che è chiamato il " discorso apostolico ". Gesù manda i suoi discepoli come missionari, dando loro autorità sugli spiriti impuri e il potere di guarire ogni sorta di malattie. Li mette in guardia  che li manda come pecore in mezzo ai lupi, e che saranno ricevuti da alcuni e respinti da altri. Il discepolo non è più grande del maestro, dice. Quelo che hanno fatto al maestro lo faranno anche al discepolo. " Non abbiate dunque paura degli uomini " ed ecco allora la raccomandazione che abbiamo appena ascoltato.

E’ sorprendente quante volte, nel Vangelo, troviamo questa raccomandazione : " Non abbiate paura… non temete ", soprattutto durante le apparizioni del signore dopo la Resurrezione, ma anche prima, come nel nostro testo di oggi. Aver paura del pericolo è una reazione normale. Noi siamo esseri umani, ed è normale aver paura della morte, specialmente quando si è in buona salute. Su quale base dunque si può non avere paura ?

E’ semplice : siamo nelle mani di Dio e tutto ciò che ci può accadere ha un senso e un fine nei piani d’amore di Dio. Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, dice Gesù, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Il martirio è una forma di vita prima di essere una maniera di morire. Essere martire significa essere testimone ; e si è testimoni prima di tutto con il proprio modo di vivere. Abitualmente, nella Chiesa, chiamiamo " martiri " coloro che sono stati così fedeli al Vangelo da viverlo al punto di accettare la morte per portare questa fedeltà fino all’estremo. La loro testimonianza e il loro martirio sono stati nel modo in cui hanno vissuto prima di esserlo nella loro morte.

A questo siamo tutti chiamati. Di tempo in tempo Dio ci dà degli esempi nella vita di persone, la cui fedeltà quotidiana, assolutamente normale, si è rivelata autentica attraverso una morte violenta liberamente accettata. E’ stato questo il caso dei nostri sette fratelli di Notre Dame de l’Atlas, in Algeria. Essi non erano eroi e non cercavano di esserlo. Erano monaci normali, che hanno vissuto una vita monastica molto " ordinaria ", ma le rimasero fedeli, proprio quando la situazione divenne stra-ordinaria.

La loro comunità era stata fondata ad un’epoca in cui esisteva in Algeria una numerosa popolazione cristiana. Quando, dopo la guerra di indipendenza e la partenza di quasi tutti i francesi, questa popolazione fu ridotta a pressoché nulla, i monaci continuarono ad essere una presenza contemplativa cristiana in un contesto quasi interamente musulmano. Essi stabilirono con gli anni una relazione di amicizia, di fraternità e di mutuo rispetto con la popolazione locale – i loro fratelli e amici musulmani ; e restarono fedeli a questa amicizia quando il paese fu preso in una spirale di violenza. E ora sono sepolti nel paese che amavano, accanto alla gente che amavano, nel cimitero della comunità che amavano…fedeli fino alla fine a tutti questi amori.

Il martirio, in fin dei conti, non è nulla di straordinario, ma è fedeltà agli impegni fondamentali, proprio quando le situazioni sono cambiate radicalmente. Loro stessi hanno scritto di sé, nell’ultimo resoconto ai loro familiari ed amici, nel novembre 1995 : "  Questa nostra scelta (di restare in Algeria) era stata preparata dalle rinunce anteriori di ciascuno (alla famiglia, alla comunità di origine, al paese…). E la morte brutale – di uno di noi, o di tutti noi insieme – non sarebbe che una conseguenza di questa scelta di vita al seguito di Cristo. "

Quando lasciarono il loro monastero nella notte del 27 marzo 1996, agli occhi di chiunque abbia potuto vederli, essi seguivano un gruppo di terroristi armati fino ai denti. In realtà essi seguivano Cristo..

E molto probabile che nessuno di noi si troverà mai ad affrontare una situazione del genere. Ma siamo tutti chiamati alla stessa fedeltà, qualunque cosa accada, piccola o grande. E a noi tutti, i nostri fratelli dell’Atlas, come tanti altri in Algeria – laici e religiosi, Cristiani e Musulmani - offrono un esempio che è anche un invito a seguirli nell’amore del prossimo, nella coerenza con le proprie scelte e nella fedeltà a Cristo.