16 mai 1999 – VII Domenica di Pasqua « A »
Atti 1, 12-14; 1 Pietro 4,13-16; Gv 17,1-11

O M E L I A

Nel libro degli Atti degli Apostoli, Luca si rallegra del fatto che la predicazione della Buona Novella cominci a Gerusalemme. Egli vi scorge la realizzazione delle profezie riguardanti la Gerusalemme futura e il suo ruolo entro un universo restaurato. Questa centralità di Gerusalemme è ugualmente evidente nel suo Vangelo – il suo "primo libro" -, che apre e si conclude nel Tempio.

Negli Atti, come nel Vangelo, l’Ascensione di Gesù è descritta con un grande dispiegamento di simboli, di cui importa scoprire il messaggio spirituale. Quello che abbiamo celebrato nel giorno dell’Ascensione non è un fenomeno materiale, una sorta di viaggio spaziale di Gesù, che anticipa la moderna tecnologia! Dopo la sua resurrezione e la sua ascensione, Gesù non è stato trasformato di satellite gravitante intorno alla terra, molto in alto nel cielo. Noi abbiamo celebrato un mistero, una realtà spirituale: il fatto che Gesù, benché ci abbia lasciato, è presente come prima, sebbene con un nuovo modo di presenza.

In Giovanni troviamo una sensibilità spirituale diversa. Il suo Vangelo è costruito intorno al tema della glorificazione del Figlio, e l’apoteosi di tutto il Vangelo si trova nel grande atto sacerdotale di Gesù, la sua morte sulla croce. Il testo di questo Vangelo che abbiamo letto appartiene al terzo discorso di Gesù dopo la Cena, che ci dà la sua preghiera sacerdotale. Sul punto di morire, Gesù getta uno sguardo retrospettivo sulla sua vita, che si riassume tutta in una cosa soltanto: la glorificazione di suo Padre e la glorificazione progressiva dell’umanità. La ragione della sua venuta è stata quella di portare la vita in abbondanza, di infondere la vita divina nel tessuto stesso dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne.

Questa preghiera pronunciata da Gesù poche ore prima di morire, assume un senso nuovo e particolare quando la si legge tra l’Ascensione e la Pentecoste. Il quarto Vangelo ci fa vedere che il mistero pasquale del Cristo ha un valore permanente per la Chiesa di tutti i tempi. Lo Spirito continua, nella passione dell’umanità e della Chiesa, a svolgere il ruolo svolto nella Passione del Cristo. Diventa il "Paraclito", l’avvocato, il difensore, che fa vedere come deve realizzarsi il piano di salvezza di Dio sull’umanità.

La gioia pasquale è una gioia realista. Non è un ingenuo entusiasmo primaverile dimentico dell’inverno. Spesso, durante il Tempo Pasquale, la Liturgia della Parola ci richiama le difficoltà della condizione umana – una condizione umana che purtroppo continua spesso a scegliere la morte contro la vita. Il dramma della guerra dei Balcani è là per ricordarcelo. Anche durante la Pasqua continua il Venerdì Santo. La morte sulla croce resta sempre presente, ma come un’apertura sulla vita, una vita che deve essere scelta, una vittoria che non può essere compiuta che nell’amore e per mezzo dell’amore.