2 mai 1999 – V Domenica di Pasqua "A"

O M E L I A

Attraverso le sue parabole e i suoi discorsi, rivolti sia ai suoi discepoli che alle folle, Gesù parla di suo Padre. Più ci sono persone che sono attratte da lui e vogliono conoscerlo, più egli vuole condurle al Padre. Nei suoi discorsi all’Ultima Cena (da cui è tratto il Vangelo di questa mattina), come in quelli dopo la Resurrezione, Gesù tenta,- sia pure senza molti risultati, - di convincere i suoi discepoli che egli è venuto per mostrare loro il cammino verso il Padre, che egli stesso è il cammino verso il Padre; che egli è la Verità, per la sua corrispondenza radicale alla volontà del Padre, e che egli è la Vita, perché in lui è stata chiaramente manifestata la vita divina del Padre. Chi conosce lui, conosce il Padre.

E se Gesù conobbe una costante opposizione da parte dei Dottori della Legge e dei Farisei, ciò è dovuto al fatto che non presentava Dio, suo Padre, nella maniera in cui costoro volevano che fosse.

Allo stesso modo in cui la vita di Gesù era stata marcata da queste continue tensioni, così la Chiesa – quella della prima generazione, come quella dei secoli successivi, fino ai nostri giorni – camminerà verso il Padre in mezzo a tensioni simili, che sono un aspetto essenziale della sua crescita. Essa le conoscerà non soltanto nelle sue relazioni con il mondo esterno, ma anche nella sua vita interna, e fin dalla prima generazione.

All’interno della comunità ebraica, al tempo di Cristo, vi erano due gruppi nettamente distinti. Da una parte c’erano gli "Ebrei", cioè coloro che erano rimasti in Terra Santa, o che vi erano ritornati dopo l’esilio. Costoro parlavano l’aramaico, leggevano la Scrittura in ebraico nelle loro Sinagoghe, e conducevano una vita religiosa tutta incentrata sul Tempio e sugli orari dei sacrifici che vi erano offerti. Dall’altra parte vi erano gli "Ellenisti", gli ebrei della Diaspora (o reduci da essa). Parlavano greco, leggevano la Scrittura nella traduzione dei Settanta, e benché osservanti della Legge, l’avevano purgata degli elementi inaccettabili nei paesi in cui essi vivevano (o avevano vissuto). Tra i due gruppi si manifestavano tensioni di carattere linguistico, culturale e religioso.

I primi cristiani provenivano da entrambi questi gruppi, e vivevano sotto la direzione dei Dodici, il cui pensiero seguiva generalmente la tradizione degli "Ebrei". Gli atteggiamenti, tra quei primi cristiani, assomigliavano abbastanza a quelli che avevano corso nella comunità ebraica. Coloro che erano di origine "ebraica" continuavano a vedere il Tempio come il cuore della loro attività religiosa e si sforzavano di mantenere una stretta osservanza. Gli altri si riunivano nelle proprie case e svilupparono rapidamente il progetto di proclamare il Vangelo nel mondo greco. Era inevitabile che ci fossero tensioni, e di fatto si produssero. E’ una di queste che viene raccontata nella prima lettura di oggi.

L’occasione fu la distribuzione degli aiuti materiali ai bisognosi. Certamente i Dodici avranno avuto la tendenza a considerare per prime le richieste dei poveri che parlavano la loro lingua. Ogni gruppo si preoccupava delle "sue" vedove. (Chiunque comincia a voler essere generoso, tende a non vedere che i "suoi" poveri – a questo proposito si potrebbe ricordare la canzone di Jacques Brel sulle signore patronesse…). Ma esistevano divergenze ben più importanti, che riguardavano l’interpretazione della Legge e il suo carattere obbligatorio o meno.

Il racconto dell’istituzione dei diaconi riflette questa tensione. Gli Apostoli vogliono che i Sette diaconi da loro istituiti si limitino alle attività caritative, in particolare al servizio delle mense, affinché essi, gli Apostoli, siano più liberi per la preghiera e la predicazione. In realtà, sembra però, a partire dai racconti che possediamo, che i Diaconi non svolsero il ruolo per il quale erano stati istituiti. Divennero piuttosto i primi predicatori della Parola tra gli Ellenisti, i proseliti e le Nazioni. D’altronde, il loro numero (sette) è probabilmente simbolico, ricordando le sette nazioni che occupavano la Terra Promessa al momento dell’arrivo del popolo ebraico.

La Chiesa è il segno visibile della riunione di tutti gli esseri umani nel piano di salvezza di Dio. Di ciò la sola comunità di Gerusalemme non poteva essere una testimone adeguata. Tuttavia la missione nei confronti delle nazioni avrebbe continuato ad essere un progetto precario fino a quando non fosse stata ristabilita, nel Concilio di Gerusalemme, l’armonia tra i diversi punti di vista. Forse in questo dobbiamo vedere l’insegnamento che la Chiesa non può mai essere pienamente missionaria nei confronti del mondo in generale, finché non risolve i suoi problemi di unità interna.

Nella misura in cui noi, Cristiani, sapremo gestire le nostre tensioni e mantenere un equilibrio tra differenti sensibilità e punti di vista tra di noi, allora saremo capaci di disporre i nostri cuori a ricevere gli altri e a discernere l’impronta di Dio in ogni persona, in ogni cultura, in ogni tradizione religiosa.