13 maggio – Festa dell’Ascensione, anno "A"

O M E L I A

Il ministero di Gesù è iniziato con il suo battesimo nel Giordano; e nella sua ultima apparizione ai suoi discepoli, dopo la sua Resurrezione, al momento dell’Ascensione, dà loro il comando di andare a reclutare discepoli da tutte le nazioni, per mezzo del battesimo.

Il battesimo di Gesù era stato, in tutta la storia della Rivelazione, l’occasione della prima chiara manifestazione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Ed effettivamente, quando Gesù discese nell’acqua del Giordano, lo Spirito si posò su di lui sotto forma di colomba, e la voce del Padre si fece sentire: "Tu sei il mio Figlio diletto". Nel Vangelo di oggi, al momento della sua ultima apparizione, Gesù invita i suoi discepoli a battezzare tutte le nazioni "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo". Il Vangelo si apre e si chiude con la stessa menzione del battesimo e della Trinità.

Attraverso tutto il suo insegnamento Gesù aveva testimoniato che Dio era suo Padre, che tutto il suo essere si traduceva e si esprimeva in questa relazione al Padre, e che il Padre e lui erano una cosa sola, uniti dallo Spirito. E ci aveva rivelato che noi siamo tutti chiamati ad entrare in questa stessa relazione, e che questa è una chiamata che ci viene trasmessa nel battesimo.

Esiste dunque una relazione profonda tra il battesimo e il mistero della Trinità. Attraverso il battesimo noi diventiamo figli e figlie del Padre, nel Figlio, per mezzo dello Spirito. Questo Spirito discende allora anche su di noi e la voce del Padre si rivolge anche a ciascuno di noi. "Tu sei il mio figliolo prediletto – la mia figlia prediletta".

L’uso del battesimo era un elemento importante nella cultura religiosa del Medio Oriente al tempo di Gesù. In linea con la sua Incarnazione, Gesù recepì questa usanza e la trasformò nel sacramento del battesimo, così come recepì il rito ebraico della cena pasquale e la trasformò in Eucaristia.

Il battesimo non è dunque un rituale isolato. Ai tempi di Gesù, la persona che battezzava – come per esempio Giovanni Battista – aveva sempre un messaggio da trasmettere, e la persona che si faceva battezzare si impegnava a vivere secondo questo messaggio. Questa persona accettava dunque di sottomettersi ad una conversione. Così, Gesù disse ai suoi discepoli non soltanto di battezzare tutte le nazioni, bensì: "insegnate loro ad osservare tutto quanto io vi ho comandato".

Anzi, al tempo di Gesù il battesimo, come quello di Giovanni, era associato ad una tradizione di vita ascetica. Colui che battezzava aveva normalmente dei discepoli che vivevano con lui e con lui formavano una comunità che praticava il suo stesso regime di vita. Ed è così che molti dei primi Cristiani, quando ricevevano il battesimo, adottavano un genere di vita simile, vedendo in questo un modo di realizzare la chiamata di Gesù a diverse forme di rinuncia radicale. E, come sappiamo, è in questa vita ascetica che si innesta la chiamata alla vita monastica.

La vita monastica, essendo essenzialmente legata al battesimo, è anche legata alla Trinità. Attraverso la nostra esistenza monastica, noi vogliamo discendere costantemente nelle acque della rinuncia, ascoltare in ogni momento l’insegnamento di Gesù e la sua chiamata alla conversione, in modo che il suo Spirito possa discendere sopra di noi e possiamo sentire anche noi la voce del Padre: "Tu sei il mio figlio prediletto".

Se noi osserviamo il comandamento dell’amore, che egli ci ha dato, si realizzerà allora la promessa fatta all’ultima Cena: "Se voi osservate la mia Parola, il Padre mio vi amerà, noi verremo a voi e abiteremo presso di voi – promessa ripetuta nel Vangelo di oggi: "Io sono con voi fino alla fine del mondo".

Immergiamoci dunque, sempre più profondamente, nel battesimo della nostra vita monastica, per fare sempre più intensamente e continuativamente l’esperienza della presenza del Padre, del Figlio e dello Spirito. Le nostre vite diventeranno allora una preghiera continua, perché lo Spirito del Figlio si unirà al nostro spirito, per dire "Abba", questa parola che esprime così bene la natura di Figlio. E’ la preghiera di cui parla Paolo ai Romani: "Noi non sappiamo come pregare, ma lo Spirito prega in noi con gemiti inesprimibili. Allora, più che pregare, noi saremo preghiera.