6 agosto 2000 – Festa della Trasfigurazione

Dn 7,9-10.13-14; 2 P 1,16-19; Mc 9,2-10

 

 

O M E L I A

 

            Ogni volta che Gesù, nei momenti importanti della sua vita, desidera incontrare suo Padre raccogliendosi intensamente in preghiera, si ritira in solitudine, e spesso se ne va in montagna. L’evento raccontato nel Vangelo di oggi è uno di questi momenti importanti. Gesù è arrivato più o meno a metà della sua vita pubblica.  Gli inizi del suo ministero erano stati contrassegnati da grandi successi: le folle lo seguivano con entusiasmo e speranza.  Gradualmente queste stesse folle lo abbandonano e i capi del popolo vogliono farlo morire.  Gesù deve scegliere lucidamente di non essere chiamato a rispondere alle attese delle folle; deve accettare la morte piuttosto che dei compromessi relativi alla sua missione. E’ ciò che lo conduce allora, una volta di più, sulla montagna a pregare, per incontrarvi suo Padre.

Questa volta tuttavia – e questo è importante – non ci va da solo. Prende con sé tre dei suoi discepoli, quelli con cui sa di poter condividere quello che vive di più intimo. Saranno gli stessi che egli condurrà con lui nell’Orto del Getsemani, al momento della sua Passione.

Mentre è intento a pregare, dice il suo “Si” alla volontà del Padre. Deve accettare pienamente la sua missione, accettare la morte.  E’ allora che, quando tutte le porte sembrano chiudersi, quando l’avvenire si chiude davanti a lui, quando le speranze umane vengono meno, non gli resta che una speranza ridotta ai minimi termini, la speranza nel Padre suo. E la sua vera identità viene così rivelata: ”Questo è il mio Figlio diletto”.  Gesù appare trasfigurato. Tutta la sua umanità è ridotta al fatto che Suo Padre lo ha desiderato.  E dal momento che i tre discepoli avevano avuto il privilegio di partecipare alla sua preghiera, sono anche ammessi a intendere la rivelazione della sua identità di Figlio di Dio.

Qui noi abbiamo già alcuni degli elementi fondamentali della vita cristiana e – più particolarmente per noi monaci -  della vita monastica. E’ una vita di preghiera in solitudine, sulla montagna, sull’esempio del Cristo, e insieme con Lui. Ma noi non ci andiamo da soli. Come Gesù, portiamo con noi i nostri fratelli o le nostre sorelle, quelli che vivono con noi e celebrano con noi tutti i giorni la lode divina, e tutti quelli e quelle che noi ci portiamo nel cuore.

Mentre Gesù pregava, l’aspetto del suo viso cambiò; le sue vesti divennero di un bianco brillante e due ospiti misteriosi si ritrovarono con lui. Gesù non divenne più divino di quanto era sempre stato. Ma si trasfigura “agli occhi dei suoi discepoli”, vale a dire, è ai loro occhi che il suo aspetto si trasforma. Il testo evangelico dice infatti che fu trasfigurato davanti a loro.  Qui abbiamo anche una espressione simbolica della nostra vita monastica. Nella misura in cui noi ci avviciniamo a Dio con la preghiera., anche noi siamo trasfigurati, cioè noi siamo trasformati a immagine di Cristo e riceviamo la visita di Dio e dei suoi santi.

Di cosa parlavano Gesù e i suoi ospiti? Parlavano della sua morte, che avrebbe avuto luogo a Gerusalemme. Anche a noi Dio, quando viene a visitarci, parla della morte – della morte a noi stessi, che è necessaria, perché possiamo lasciarci trasformare.

Pietro non capisce bene cosa succede e dice: “Maestro, è bello per noi stare qui: montiamo dunque tre tende: una per te, una per Mosè e una per Elia”. Cosa vogliono dire tutti gli Evangelisti, quando dicono, un po’ sbrigativamente,  che “Pietro non sapeva quello che diceva” ? Credo che il senso sia questo: Pietro non sapeva che non spetta a noi costruire una dimora per il Signore. E’ Lui che vuole costruirsi una dimora in noi.

Nell’evento della Trasfigurazione, vi è una rivelazione non soltanto sulla persona di Gesù, ma anche sulla natura della vita cristiana. Troppo spesso noi vogliamo ridurre la fede a un semplice ideale morale, vogliamo ridurre il Vangelo a una semplice regola di vita. In realtà, ciò che importa è che noi ci lasciamo trasfigurare, che noi ci lasciamo trasformare a immagine di Cristo, e in tutti gli elementi della nostra vita. Per noi, come per Gesù, questo avverrà in un modo più radicale e più significativo quando ci troveremo in presenza di momenti di crisi nella nostra vita: per esempio, quando dovremo accettare dei fallimenti, mentre speravamo in una serie ininterrotta di successi.  Accettare la croce e la sofferenza, o ancora l’umiliazione, può essere anche per noi un momento di trasformazione.  Allora forse avremo occhi nuovi, occhi puri, che ci permettano di vedere – di vedere Dio – e di vederlo in ogni essere umano.

Cinquantacinque anni fa, alla data di oggi, una luce accecante su Hiroshima violava l’immagine di Dio in molte migliaia di suoi figli e figlie. Domandiamo al Signore, per noi e per tutta l’umanità, la grazia di un’altra luce dirompente che trasformi tutto intorno a noi e ci renda capaci di vedere il volto di Cristo in ciascun essere umano.

 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)