Festa del Sacro Cuore, 30 giugno 2000 (anno"B")

Osea 11,1...9; Efesini 3, 8...19; Giovanni 19, 31-37

 

 

O M E L I A.

 

La morte sulla croce era un terribile supplizio. Il condannato moriva per asfissia,  quando non aveva più la forza di puntare i piedi per espirare, diminuendo la pressione del corpo che pesava sulle braccia e sul torace.  La respirazione diventava sempre più difficile e dolorosa ed egli  cessava lentamente di respirare. Questa agonia poteva durare alcuni giorni. Allora, se per una ragione o per l’altra  - per esempio, la prossimità del sabato – si voleva accelerare la morte del suppliziato, gli si rompevano le gambe.

Ma gesù non è morto in questo modo. Non ha cessato lentamente di respirare. Al contrario, ha emesso il suo ultimo respiro – il suo spirito – à suo Padre, in maniera consenziente, con un grande grido. Ed è per questo che non fu necessario spezzargli le gambe.  Ma gli fu assestato un colpo di lancia attraverso il costato, e dal suo cuore uscirono acqua e sangue.

Ciò che il Nuovo Testamento ci dice dunque del cuore  di Gesù esprime una spiritualità molto forte, che non ha nulla in comune con la spiritualità all’acqua di rose di certe espressioni della devozione al Sacro Cuore propria degli ultimi due secoli.

Siamo noi esseri umani che abbiamo aperto il cuore di Gesù, dopo la sua morte,  con la lancia di un centurione romano. Noi allora siamo stati aspersi dall’acqua e battezzati nel sangue fuorusciti da questo cuore aperto dalla lancia.

Alcuni giorni dopo la Resurrezione Gesù ci invitò, nella persona di Tommaso, a penetrare nel suo cuore, a mettere la mano nel suo costato aperto. Allora, in quel cuore aperto, abbiamo scoperto l’amore – un amore forte abbastanza per dare la vita per gli esseri amati; un amore, ci dice Paolo,  “che oltrepassa ogni umano sentire”. Allora, per utilizzare un’altra espressione di Paolo, noi possiamo (attraverso quella piaga aperta del costato di Gesù) “entrare nella pienezza di Dio”.

Nel momento stesso in cui penetriamo nel suo cuore, se sappiamo rimanervi, se vi mettiamo le radici e se vi stabiliamo la nostra dimora, come egli ci domanda di fare, allora è Cristo stesso che a sua volta “prende dimora” nei nostri cuori.

Noi forse ci sentiamo indegni di questa relazione amorosa. Leggiamo allora il bel testo di Osea, che abbiamo come prima lettura. E’ una delle più belle espressioni in  tutta la Bibbia della tenerezza di Dio. Ora, questa tenerezza si esprime per l’appunto nei riguardi del popolo infedele, paragonato ad una sposa scelta e adottata dallo sposo fin dalla sua nascita.

Lo squarcio nel costato di Gesù e la ferita del suo cuore hanno operato nei nostri stessi cuori una apertura nella quale ha potuto effondersi lo Spirito da Lui reso a suo Padre sulla croce; al punto che, come ci dice ancora Paolo, l’amore di Dio ha potuto espandersi nei nostri cuori attraverso lo Spirito, che Gesù ha emesso col suo ultimo respiro e che ci permette di dire, come Lui e con Lui : Abba, Pater.

Che l’Eucaristia di questa mattina sia la nostra azione di grazie per un simile dono.

 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)