11 giugno 1999 – Solennità del Sacro Cuore
Deut 7,6-11; 1Giov 4, 7-16; Mt 11, 25-30
O M E L I A
L’aspetto del mistero della salvezza che celebriamo oggi non è tanto diverso da quello che abbiamo celebrato una decina di giorni fa, la domenica della Trinità. Dio è amore, ripete incessantemente Giovanni, come un ritornello, nella seconda lettura della messa di oggi. Queste tre parole riassumono tutto il mistero dell’unione del Padre a suo Figlio nel loro comune Spirito. Riassumono anche tutto il mistero delle relazioni tra Dio e l’umanità.
Già nell’Antico Testamento il popolo ebraico si era percepito come particolarmente amato da Dio ed era rimasto affascinato prima di tutto dalla gratuità di questo amore, e poi dalla fedeltà di Dio a questo amore, malgrado tutte le infedeltà del suo popolo.
San Giovanni è affascinato dal fatto che Dio ci ha amati per primo e ci ha manifestato il suo amore inviandoci il suo Figlio unigenito, affinché per mezzo di Lui avessimo la vita in abbondanza. Ma questo non gli basta. Ne ricava anche le conseguenze per la nostra vita di ogni giorno, utilizzando una logica molto semplice e ineccepibile: poiché Dio ci ha amati, dobbiamo non solo amarlo in cambio, ma anche amarci gli uni gli altri. E, sempre nella stessa logica, continua: poiché Dio è amore, colui che rimane nell’amore, vale a dire, colui che persevera nell’amore, che risiede nell’amore, che è fedele, come Dio stesso è fedele, questa persona rimane in Dio e Dio rimane in lei. Questa persona è introdotta dall’amore nel mistero stesso della vita trinitaria.
Chiunque ama veramente sa che l’amore è esigente. Il Libro del Deuteronomio enuncia per bocca di Mosé l’importanza di custodire gli ordini, i comandamenti e i decreti prescritti da Dio o a nome di Dio, perché questa obbedienza è percepita come un’espressione d’amore e di fedeltà. Gesù nel Vangelo non è meno esigente. E’ a coloro che vogliono camminare alla sua sequela, cioè diventare suoi discepoli e vivere secondo il suo insegnamento, che egli rivela i segreti del Padre rimasti nascosti ai saggi e ai sapienti. Lui stesso si presenta come dolce e umile di cuore.
Il cuore è concepito in tutte le culture come il luogo in cui risiedono i sentimenti, l’affettività, l’amore. E’ questa la ragione per cui, già a partire dal Medioevo, certi mistici come Getrude, Caterina da Siena, Matilde, Margherita Alacoque, Giovanni-Eudes, sviluppano una devozione al Sacro Cuore di Gesù che non è una devozione ad un organo fisico, ma all’amore divino vissuto da Dio fatto uomo. Se questa devozione in certi periodi ha potuto conoscere espressioni piuttosto romantiche e sentimentali, come testimonia una vasta collezione di immagini pie di gusto piuttosto dubbio, essenzialmente, nella sua intuizione originaria, essa non è che la contemplazione dell’amore di Dio per noi, incarnato in Gesù di Nazareth.
Poiché egli ci ha tanto amati, amiamoci dunque gli uni gli altri con lo stesso amore esigente, pronti ad andare fino al dono di noi stessi e al dono della nostra vita.