1 ottobre 2000 – Professione solenne di Suor Donatha (La Clarté-Dieu / Igny)

Gen 12, 1-4a;  Col 3, 12-17; Mt 11, 25-30

 

O M E L I A

 

Cara suor Donatha,

 

La celebrazione di oggi comporta un certo numero di paradossi. Pronunciando i voti solenni tu t’impegni per sempre nella Comunità della Clarté-Dieu, in Congo; ma questo tu lo fai a Igny, in Francia. Con il tuo voto di stabilità tu prometti di vivere in un monastero da cui tu sei lontana  già da quattro anni e dove per il momento non ti è possibile tornare, a causa della situazione politica e militare nella regione. Si potrebbe facilmente pensare che ciò ti obbliga  a relativizzare un po’ gli impegni che tu prendi. Non è affatto così. Questa situazione ti obbliga, al contrario, a capire bene in che cosa consiste l’essenziale di questi impegni.

La vita monastica, in quanto ricerca di Dio mai soddisfatta, è un continuo camminare. L’immagine biblica che ne esprime forse meglio il senso è quella dell’Esodo – quel periodo privilegiato della storia del Popolo eletto, quando esso si lasciava guidare da Dio attraverso il deserto, senza altro riferimento che la Nube, che un po’ si spostava, un po’ si fermava. La vita della monaca, o del monaco, come il cammino del Popolo di Dio nel deserto, è spesso fatta di meandri oltre che di linee rette. Questi meandri possono dipendere dalle esitazioni o perfino a volte dalle tergiversazioni umane, ma essi sono anche, talvolta, strumenti voluti da Dio per formare coloro che egli ha chiamato a entrare nella terra promessa. Non ha forse fatto errare il suo Popolo durante quarant’anni in un deserto che avrebbero potuto attraversare in poche settimane? Queste deviazioni, questo procedere a zigzag, fanno parte del cammino, fintantoché lo sguardo resta fisso sull’obiettivo da raggiungere. Ciò che fa veramente il monaco, o la monaca, non dipende dalla traiettoria degli eventi esteriori che compongono la trama della sua vita. Monaca o monaco è piuttosto colei o colui che non ha che un solo scopo, un fine nella vita – che non ha che un amore – sempre con gli occhi fissi su Cristo, quali che siano i sentieri che deve percorrere il suo pellegrinaggio sulla terra.

Il cammino del Popolo d’Israele nel deserto era una marcia nella fede. Questa fede, Israele la doveva al suo antenato, che è anche il nostro padre nella fede, il primo di tutti i credenti, Abramo. Nella Bibbia Dio sembra compiacersi a far compiere viaggi interminabili tutti coloro che lo incontrano  in un modo particolare. Sembra che non si possa fare una esperienza profonda di Dio, senza diventare in qualche sorta nomadi: fu questo il caso di tutti i grandi profeti dell’Antico Testamento, degli Apostoli, e di Paolo in particolare, nel Nuovo Testamento, e sicuramente di Cristo stesso, inviato nel mondo da suo Padre, ed anche di Maria e Giuseppe, da quando Gesù entrò nella loro vita. Fu il caso di Abramo, di cui ci ha parlato la prima lettura.

E’ difficile immaginare cosa poteva significare per Abramo sentirsi dire: “Parti dal tuo paese, lascia la tua famiglia e la casa di tuo padre”. Il padre di Abramo era nato a Ur, in Caldea (Gen 11,31) e si era stabilito a Haràn, molto più a nord. Essere nato a Ur voleva dire essere stato partecipe della cultura più sviluppata del mondo a quell’epoca. Ora, tutto questo sviluppo, e i conflitti a cui esso ha dato luogo, provocarono un importante movimento di migrazione verso il nord nel XVII secolo avanti Cristo. Il padre di Abramo e la sua famiglia erano stati coinvolti in questo movimento migratorio. Haràn, dove si erano stabiliti – a circa 1500 chilometri a nord di Ur – era un crocevia per le carovane. Lì si era ai confini della civiltà sumerica, alla quale apparteneva Ur. Andare più lontano significava lasciare la propria cultura, lanciarsi verso l’ignoto.  A questo Abramo fu chiamato: a lasciare la stabilità e la sicurezza di una cultura conosciuta per intraprendere un viaggio nell’ignoto, senza alcun’altra assicurazione che la parola di Dio.  Abramo accettò questa parola di Dio e per questo fu chiamato padre di tutti i credenti: “Partì – dice la Scrittura – senza sapere dove andava.”

Cara sorella Donata, un giorno tu hai sentito nel tuo cuore la voce del Signore: “Va, lascia la casa di tuo padre”, e ti sei presentata alla porta del noviziato della Clarté-Dieu, in Congo, dove fosti accettata. Ma prima ancora della fine del tuo noviziato, Dio, attraverso gli eventi, ti faceva abbandonare in gran fretta la tua comunità e il tuo paese senza che tu sapessi dove stavi andando. Dopo essere passate per il paese vicino – che era quello dei tuoi antenati – per arrivare in Francia, nella comunità di Igny, ecco che ora tu e le tue sorelle avete scelto di ritornare in Africa, dove avete le vostre radici umane e spirituali. Tu ti prepari dunque, alla fine dei tuoi studi, a rifare gradualmente a ritroso la via dell’esilio per ritornare dapprima nel paese dei tuoi antenati con le tue sorelle di esilio, nella speranza di ritrovarvi tutte insieme un giorno a Murhesa con le altre vostre sorelle.

La stabilità che tu prometti oggi conserva tutto il suo senso, malgrado tutti questi spostamenti passati e futuri. Questa stabilità è in effetti, per te come per ciascuno di noi, anche per coloro che sono chiamati a non lasciare mai il loro monastero, essenzialmente la stabilità nel dono del cuore, nella ricerca infaticabile di Dio. E’ la stabilità dello sguardo sempre fisso allo scopo da raggiungere, alla persona di Cristo, amato sopra ogni cosa e cercato prima di ogni altra cosa,  per quanto imprevedibili siano le tappe di questo cammino.

Ma allora, che significa impegnarsi in una comunità dove non si vive, e dove le circostanze, a quanto sembra, non ci permetteranno di vivere ancora per lungo tempo? Ciò ti riconduce all’essenziale di ciò che costituisce una comunità. In circostanze normali, i membri di una comunità vivono insieme sotto lo stesso tetto. E’ la situazione più comune; ma non è il fatto di vivere insieme sotto lo stesso tetto che ci costituisce comunità. Ciò che costituisce una comunità sono i legami che uniscono tra loro le persone, sia che esse vivano insieme oppure no… Tutte le sorelle della Clarté-Dieu – che esse vivano a Murhesa o a Igny, a Kibungo o a Campénéac, a Roma o a Butende, o a Parakou -  non formano che una sola comunità, e  Dio stesso se la è costituita per farne un segno speciale della sua presenza. Tutte e ciascuna hanno la responsabilità di preservare questa unità e questa coesione tra di loro.

Non è una missione facile, neppure in situazione ordinaria – ancora meno in situazione di diaspora.  Non stento a credere che vi siano giorni in cui ciò sembra, se non impossibile, almeno pesante da portare. Che allora risuoni nel tuo cuore, cara sorella Donatha, come un ritornello, un mantra, o se preferisci, come una “preghiera di Gesù”, le parole del Maestro: “Venite a me, voi che siete afflitti, e io vi consolerò…Prendete su di voi il mio giogo…è leggero..”

Oggi è il 1° ottobre. Anche se santa Teresa di Lisieux è quest’anno ignorata dal calendario liturgico, perché la sua memoria cade di domenica, è impossibile non pensare a lei, sentendo le parole di Gesù: “Padre…ti rendo grazie perché tu hai nascosto queste cose  ai saggi e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli”. Occorre tutta l’ingenuità dell’infanzia spirituale – la “seconda ingenuità”, che sta al di là, e non al di qua della maturità propria dell’età adulta – per continuare a tenere gli occhi ben fissi in direzione dello scopo a cui si tende, qualunque siano gli ostacoli che possono sorgere sul percorso, qualunque siano le nubi che possono oscurare il cielo. Che Teresa, la patrona delle missioni, ti dia il coraggio di proseguire fino alla fine della tua strada, senza mai fermarti, il cuore dilatato dalla gioia di avere già trovato Colui verso il quale tu corri incontro con tutto il tuo slancio, con tutta te stessa.

La Madre badessa di Igny ti porrà ora alcune domande, a nome della Superiora della Clarté-Dieu, per permetterti di “professare” davanti a noi tutti che questa Strada è veramente quella che tu desideri percorrere.

 

Armand VEILLEUX

(traduzione di Anna Bozzo)