2 aprile 2000 – IV domenica di Quaresima "B"

2 Cr 36, 14...23; Ef 2, 4-10;  Giov 3,14-21

 

O M E L I A

 

            Nelle letture del Vangelo delle ultime domeniche, guidati prima da Marco, poi da Giovanni,  abbiamo seguito Gesù nel corso dei primi mesi della sua vita pubblica. Siamo stati testimoni dell’ evento di grande intensità che fu il suo battesimo, poi della sua tentazione nel deserto. L’abbiamo visto scegliersi i discepoli e cambiare l’acqua in vino a Cana. E l’abbiamo guardato buttar fuori i cambiavalute dal Tempio.

 

    Molti in questo periodo credettero in lui, a causa dei miracoli che operava. Alcuni credevano in lui senza esitazione e con una profondissima fede. Altri rifiutavano assolutamente di credere e lo rifiutavano con violenza. Ma la grande maggioranza restava a mezza strada, animata da una fede ambigua – un misto di religiosità naturale e di attrazione per tutto ciò che è straordinario e miracoloso – una fede senza coinvolgimento personale.

 

            Uno di questi credenti ambigui era Nicodemo.  Nicodemo mi piace molto, perché è veramente uno di noi. Crede, ma non ha il coraggio di assumere tutte le conseguenze della sua fede; eppure Gesù lo prende sul serio. Essendo un dottore della Legge in Israele, conosce le Scritture. Può dunque rendersi conto che Dio è veramente con questo Gesù di Nazareth.; ma non arriva fino a riconoscere che Dio è in Gesù. Viene a lui per imparare da lui; ma viene di notte. E’ un ricercatore, ma nell’oscurità. La sua fede va crescendo, ma resterà sempre un po’ ambiguo.  Si sente vicino a Gesù, ma ne resta lontano. Sarà nell’Orto degli Ulivi al momento della sepoltura di Gesù, ma un po’ ai margini.

 

            Il Vangelo di oggì è una parte del dialogo fra Gesù e Nicodemo racontato nei primi capitoli del Vangelo di Giovanni.  Gesù prende Nicodemo là dove si trova nel suo cammino e lo conduce un po’ più in là, in avanti. Un po’ come fa con noi, quando anche noi andiamo incontro a lui nelle nostre tenebre. Nicodemo era venuto da Gesù cercando la luce nelle tenebre ; ma tenebre e luce non vanno d’accordo; Gesù lo incita dunque a scegliere tra luce e tenebre.

 

            La vera luce è quella della Trasfigurazione. Essa implica la morte. Ma esige anche di agire in verità. La salvezza non è di coloro che credono un po’ vagamente, ma di coloro che agiscono in verità, o ancora, per tradurre letteralmente l’originale greco, di coloro che “fanno la verità”.

 

            La novità del messaggio di Gesù appare in tutta la sua luce.  Il messaggio è che Dio non è un principe primo eterno e immobile come il dio dei filosofi. Dio ha un avvenire; e il suo avvenire è tra le mani degli uomini. La salvezza non è alla fine della storia, ma nel cuore di essa. La croce è piantata nel cuore della storia umana, nel cuore di un mondo divorato dai conflitti e dalla miseria.  Il mondo dei potenti, dove i piccoli sono schiacciati e tormentati, era il mondo che Gesù conosceva; è il mondo che l’ha messo a morte, il mondo che è venuto a redimere.

 

            Assumendo la miseria umana, Gesù ci ha reso possibile esserne liberati. Non con dei miracoli – quei segni reclamati dai farisei come prova della sua messianicità – ma con la trasfigurazione degli occhi e dei cuori degli uomini. Oggi la croce di Cristo è piantata nel cuore del Kossovo, del Medio Oriente, del Congo, e di tante altre parti del mondo, in questo terzo millennio, il cui parto è accompagnato da tanti dolori e gemiti. Il futuro di questi paesi e dei loro popoli è il nostro futuro; è soprattutto il futuro di Dio; e questo futuro dipende da noi. Dipende da quanto i nostri occhi sono, o non sono, trasfigurati per vedere il segno della croce piantata nel cuore di questa umanità sofferente e insanguinata.

 

Armand VEILLEUX