9 aprile 2019 -- martedì della quinta settimana di Quaresima

Num 21:4-9; Gv 8:21-30

Monasterio N. S. Fons Pacis, Siria

 

 

OMELIA

 

           Durante questo periodo quaresimale, le letture bibliche, invitandoci alla conversione, ci hanno parlato dell'esperienza del deserto, durante il quale, durante quarant'anni, Dio ha formato e trasformato il suo popolo.

 

           C'è un'esperienza del deserto all'inizio di ogni grande viaggio spirituale.  Dopo il battesimo Gesù stesso ha iniziato questo nuovo periodo della sua vita con un viaggio di solitudine nel deserto.  Prima di Lui, era stata anche l'esperienza di Elia, passando attraverso il deserto della sua stessa povertà, paura, debolezza, prima di raggiungere la vetta del suo incontro con Dio nella leggera brezza del monte Horeb.  Questa è stata l'esperienza di Paolo, che ha trascorso alcuni anni misteriosi, di cui non sappiamo quasi nulla, nel deserto arabo dopo l'incontro con Cristo sulla via di Damasco. E migliaia di donne e uomini, dagli inizi della vita monastica in Siria e in Egitto fino ai giorni nostri, sono andati nel deserto per vivere questa esperienza.

 

           Il deserto è un posto molto speciale. Mentre in una terra ricca e umida tutto può crescere, nel terreno arido e secco del deserto possono crescere solo poche piante solide e resistenti (o dure!).

 

           Il cammino della solitudine può senza dubbio condurre a esperienze mistiche come quella di Elia o di Gesù dopo il suo battesimo o sul monte Tabor.  Ma, in generale, il cammino di conversione offerto dal deserto è qualcosa di molto più prosaico, come quello del popolo di Israele di cui ci parla la prima lettura di questa mattina.  Gli Ebrei sono stufi di questo cibo insipido del deserto, che esce dal loro naso.  Si rivoltano contro le loro guide, Mosè e Aronne, che non hanno trovato altro da dare loro e che in realtà non sembrano sapere dove li stanno conducendo.  E ci sono tutti questi serpenti che li mordono.

 

           Questa è una descrizione abbastanza accurata del deserto monastico, dove il Monte Horeb e il Monte Tabor non sono necessariamente frequenti. Il deserto monastico, questa vita monastica che Benedetto dice essere una Quaresima continua, è costituita da tutti gli eventi della nostra vita quotidiana.  Questa esperienza del deserto lo facciamo nelle cose ordinarie della vita, come attraverso i nostri fallimenti - fallimenti nel nostro lavoro, nelle nostre relazioni fraterne, nella nostra vita ascetica.   O quando invecchiamo, ci rendiamo conto che non abbiamo più i punti di forza di una volta.

 

           Quando accettiamo tutti questi limiti, ci mettono a confronto con i nostri limiti più profondi, con il nostro peccato, con tutti gli idoli che adoriamo in segreto.  E questo è il primo passo verso la conversione del cuore - una conversione che non possiamo fare da soli, ma che possiamo solo ricevere come puro dono. ("Toglierò il cuore di pietra dal tuo petto e ti metterò un cuore di carne.....)

 

           Quando Gesù descrive la realtà della conversione non usa immagini morbide e facili: si riferisce ai due momenti traumatici della vita, la nascita e la morte. A Nicodemo ha detto che bisogna rinascere e ai discepoli ha parlato del grano caduto in terra, che porta frutto solo se muore.

 

           Che queste ultime settimane di Quaresima siano per noi un momento di morte per tutto ciò che ci separa da Dio e un momento di apertura alla nuova vita che Dio vuole darci in pienezza.